Preservare la fertilità

PRESERVARE LA FERTILITÀ NELLA DONNA

Per preservare la fertilità femminile nel caso si debba ricorrere a trattamenti invasivi come chemioterapie, esistono due possibilità: l’uso di farmaci che proteggono l’ovaio dall’azione “tossica” delle terapie e la conservazione degli ovociti o del tessuto ovarico (congelamento ovociti/tessuto ovarico) per poter ricorrere a una fecondazione assistita dopo il termine delle cure. Si potrebbe anche ricorrere al congelamento degli embrioni, ma la scelta del giusto percorso da intraprendere dipende da diversi fattori: il tipo di tumore, il tipo di chemioterapia e il tempo a disposizione prima di cominciarla, l’età della paziente e la presenza o meno di un partner. Per questo è bene rivolgersi sempre a centri appositamente dedicati.


Protezione farmacologica dell’ovaio, tramite l’ormone rilasciante le gonadotropine (GnRH) ed i suoi analoghi. Gli analoghi del GnRH costituiscono dei potenti agenti terapeutici, rivelatisi molto utili in diverse indicazioni cliniche. Queste indicazioni includono il trattamento dell’endometriosi, le tecniche di riproduzione assistita (ART) e la terapia di alcuni tumori ormono-dipendenti.

Si somministrano per ‘addormentare’ le cellule destinate alla riproduzione, limitando così il danno determinato dalla chemioterapia. La terapia può essere effettuata in qualunque ospedale, è ben tollerata e di facile effettuazione. Tuttavia sulla base degli studi disponibili l’efficacia protettiva non è certa.

“Circa il 30% delle donne giovani trattate per un tumore al seno va in menopausa precoce, anche se tale rischio è minore sotto i 35 anni” afferma l’oncologa Lucia Del Mastro. “Qualche anno fa, con il sostegno di AIRC, abbiamo dimostrato che questa percentuale può scendere fino all’8%.”

Lo studio, pubblicato sulla rivista JAMA, dimostra che al termine del trattamento le ovaie ricominciano a funzionare e i cicli mestruali riprendono.

La dott.ssa Del Mastro aggiunge: “Diversamente da quanto si credeva un tempo, oggi sappiamo che i cambiamenti ormonali legati alla gravidanza non aumentano il rischio che la malattia si ripresenti” spiega Del Mastro “e quindi la gravidanza non è più controindicata nelle donne con storie di tumori sensibili agli ormoni, come quello al seno”.

Congelamento degli embrioni: è indicato per le donne che devono sottoporsi a intervento chirurgico o a cure chemioterapiche, e risulta essere la tecnica più efficace per la preservazione della fertilità femminile. In Italia è consentita solo se la coppia ha un’infertilità certificata dallo specialista.

RISCHI_in alcuni tumori sensibili agli ormoni le stimolazioni sono proibitive perché agiscono come un fertilizzante per le cellule maligne.

Congelamento degli ovociti: con gli anni migliora sempre più la tecnica di congelamento degli ovociti, tanto che tra non molto si arriverà a vetrificare sempre più ovociti e meno embrioni (al momento la tendenza è esattamente opposta: si crioconservano il 90% di embrioni e il 10% di ovociti). La probabilità di riuscita dipende da vari fattori, ma soprattutto dall’età della paziente e dal numero di ovociti che si recuperano.

In Italia la procedura prevede che gli ovociti maturi, vengono fertilizzati nel momento in cui la donna, terminati i trattamenti, decide di avere una gravidanza e può farlo utilizzando i propri ovociti congelati.

I RISCHI sono gli stessi legati alle stimolazioni per il congelamento degli embrioni.

Congelamento del tessuto ovarico: questa tecnica (ancora in via sperimentale) non prevede una stimolazione ovarica. Il tessuto ovarico può essere prelevato nel corso di una laparoscopia eseguita in anestesia generale e la paziente può iniziare l’eventuale terapia oncologica entro pochi giorni. 

Se il reimpianto riesce, il tessuto ovarico reimpiantato è in grado di continuare autonomamente a produrre ovociti e ormoni femminili, ma non si sa per quanto tempo.

PRESERVARE LA FERTILITÀ NELL’UOMO

La raccolta dei gameti maschili (gli spermatozoi) è piuttosto semplice e non richiede alcun tipo di terapia ormonale rispetto alle donne, che devono sottoporsi a stimolazioni ormonali e al prelievo di ovociti in anestesia locale.

La crioconservazione del seme

L’azione da intraprendere, prima di incominciare una chemioterapia, consiste nel raccogliere il maggior numero possibile di campioni di sperma da conservare in apposite banche del seme

Una volta terminata le terapie anti tumorali, l’uomo può ricorrere al seme conservato per tentare un percorso di fecondazione assistita.

La raccolta del campione avviene, presso le banche del seme autorizzate. È importante ricordare che si può conservare il proprio seme anche in caso di tumore testicolare, perché raramente questa malattia interessa le cellule riproduttive.

La chemioterapia può danneggiare il DNA contenuto negli spermatozoi. Per questa ragione gli esperti consigliano agli uomini sottoposti a chemio di attendere dai 2 ai 5 anni prima di concepire un figlio. Ma la probabilità che il patrimonio genetico sia danneggiato è bassissima, in base agli studi retrospettivi disponibili, alcuni dei quali condotti sul finire degli anni Novanta, quindi con chemioterapie anche più tossiche di quelle attuali.

Studi di andrologia stimano che in un anno venga eiaculato tutto lo sperma che è stato eventualmente esposto ai chemioterapici, ma indicano anche che tale periodo di tempo può essere più breve o più lungo in relazione a fattori individuali come la frequenza dei rapporti sessuali, delle eiaculazioni e del volume dell’eiaculato. Si tratta quindi di valutare insieme al proprio medico quale potrebbe essere il periodo di attesa più adatto alla propria situazione personale. In linea generale, quindi, se ci sono ragioni obiettive per accelerare i tempi (per esempio perché la donna non è più tanto giovane), è utile rivolgersi a un esperto di fertilità che può eseguire diversi esami di controllo (tra i quali quello per la vitalità e la motilità degli spermatozoi, indice indiretto degli effetti del farmaco sulle gonadi maschili) e suggerire una strategia ragionevole che combini prudenza e necessità di vita.

Bibliografia

Analoghi del GnRH: agonisti e antagonisti

di G. SCARSELLI, C. COMPARETTO, M.E. COCCIA

tratto anche da:

www.fondazioneserono.org